Il cammino con il Signore

Testimonianza di Caterina.

Solo Gesù può capire gli strati più profondi del proprio cuore, guarire le ferite e colmare con la Sua amicizia ogni solitudine. Caterina ci racconta come l’opera di Dio va accettata e sperimentata nel cuore e non solo accolta mentalmente.

Mi chiamo Caterina, ho trent’anni ma ho accettato il Signore nella mia vita quando ne avevo tredici. Quando sono nati i miei genitori erano già credenti di fede evangelica da diversi anni e ho vissuto i miei primi sei anni in Svizzera insieme alla mia numerosa famiglia (siamo sette figli e io sono l’ultima). I miei genitori erano emigrati in Svizzera già da tanti anni e tutti noi siamo nati e cresciuti lì. Ho un bel ricordo di quei primi sei anni perché era bello sentirsi circondati dall’affetto dei miei fratelli e delle mie sorelle. Purtroppo quando avevo sei anni i miei genitori decisero che era giunto il momento di tornare in Italia, e io e il penultimo fratello tornammo con loro perché eravamo i più piccoli e tornammo in un piccolo paese dell’Irpinia, Vallata (AV), dove i miei avevano casa e parenti, mentre tutti gli altri rimasero in Svizzera e lì ci fu una separazione della nostra grande famiglia che mi provocò una grande sofferenza. Ricordo che ero molto affezionata a tutti i miei fratelli e questa separazione ha segnato profondamente gli anni successivi della mia infanzia. Man mano che crescevo mi sentivo abbastanza triste per via della loro lontananza ma anche perché non mi sentivo compresa, amata e apprezzata a sufficienza dai miei genitori, non che loro mi facessero mancare nulla, ma nella loro semplicità non riuscivano a soddisfare quei bisogni emotivi che si erano creati con la separazione dai miei fratelli. Ricordo che cercavo di essere una bambina modello, andavo bene a scuola, facevo tante faccende in casa aiutando mamma ma non bastava mai niente per ricevere un apprezzamento, un ringraziamento. In realtà cercavo un’attenzione e un affetto che nessuno intorno a me era in grado di darmi. Così spesso mi ritrovavo a piangere da sola, mi chiudevo sempre più in me stessa e non confidavo niente a nessuno… tranne che a Dio. Si, perché in tutto questo, nonostante non fossi ancora convertita io sapevo che Dio mi amava e che Lui mi capiva. So che Lui mi ha portato tra le Sue braccia con amore sin dalla mia infanzia e ha guidato tante circostanze fino a salvare la mia anima. Andavo sempre in chiesa con i miei genitori, avevo sempre avuto rispetto per Dio e credevo che Egli fosse importante. In chiesa sentivo parlare sempre della salvezza dell’anima, del fatto che “bisogna accettare il Signore” per andare in cielo, ma non riuscivo a comprendere pienamente cosa significassero queste cose, in fondo io non facevo niente di male, anzi cercavo sempre di essere una brava bambina. Nel profondo però riconoscevo che la mia vita non era a posto davanti a Dio, perché sapevo che se un giorno fossi morta non sarei andata in cielo. Dio era pronto però a fare chiarezza nel mio cuore e cominciò a parlare profondamente alla mia vita. Ricordo che con la mia famiglia frequentavamo regolarmente la chiesa evangelica di Gesualdo (AV), un po’ lontana da casa nostra ma ben organizzata a livello di gruppo giovanile e scuola domenicale. Tuttavia per diversi anni contemporaneamente cominciammo a frequentare un’altra piccola chiesa in un paese vicino a dove abitavamo, Scampitella (AV). La possibilità di frequentare contemporaneamente anche quest’altra chiesa si presentò perché in quel periodo arrivò un giovane pastore e siccome lì non c’era nessuno che suonasse uno strumento per accompagnare i canti, chiese a mio fratello, che suona la fisarmonica, se poteva andare a suonare lì la domenica e così la mattina frequentavamo la chiesa di Gesualdo e la sera quella di Scampitella. All’inizio la cosa non mi entusiasmava affatto, anzi ero molto infastidita perché, non solo passavamo tutta la domenica in chiesa, ma il locale di culto era piccolo e vecchio, freddo e c’erano soltanto sei vecchietti che frequentavano il culto! Dico questo non per disprezzare quella chiesa ma per incoraggiare quanti si trovano in piccole realtà e si sentono a volte dei “pesci fuor d’acqua” perché fu proprio in un contesto del genere che Dio cominciò a lavorare in profondità la mia vita. Ricordo che dopo un po’ di tempo cominciai a porre più attenzione alla predicazione della Parola di Dio e Dio cominciò a farmi capire che Gesù era morto per i miei peccati sulla croce, che mi amava e voleva che arrendessi la mia vita nelle Sue mani. Cominciavo a sentire tutto l’amore che Dio aveva per me, quell’amore che non riuscivo a trovare intorno a me, cominciavo a capire che Dio mi accettava così com’ero e voleva rendermi felice. Questo messaggio mi entusiasmava e nonostante non andavo ancora molto volentieri in quel locale di culto, amavo tanto il momento della predicazione, alla quale ponevo tanta attenzione. A questo punto avevo capito mentalmente tutto quello che c’era da capire a da sapere sulla salvezza, sapevo che avevo bisogno di Gesù perché anche io ero una peccatrice (infatti è scritto nella Bibbia, in Romani 3:23, che “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”), che Dio aveva già preparato tutto per la mia salvezza: Gesù era morto per i miei peccati (Romani 3 continua al verso 24 dicendo “ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù) e io dovevo solo accettare Gesù nella mia vita come personale Salvatore (“Perché se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato” – Romani 10:9). Praticamente però non avevo ancora accettato Gesù nel mio cuore e non sapevo come fare, infatti non avevo ancora la certezza della salvezza, non avevo quella gioia e quel cambiamento di cui tanto sentivo parlare, ma pregavo continuamente il Signore di salvarmi e che quella salvezza fosse una cosa permanente e non frutto di sola emotività. Una cosa che mi ostacolava ad aprirmi completamente al Signore era un po’ di “vergogna” nei confronti delle persone che mi conoscevano in chiesa e anche dei miei genitori. Essendo una persona molto riservata, la conversione doveva essere una cosa che riguardava solo me e Dio e non mi sentivo libera a pregare in mezzo a persone che conoscevo. E anche per questo Dio creò la giusta situazione. Infatti a tredici anni mia madre mi permise per la prima volta di frequentare un campeggio evangelico estivo, un posto dove ci si ritrova insieme ad altri ragazzi e ragazze della stessa età per una settimana o più e si organizzano tante attività anche e soprattutto spirituali, come culti a Dio, studi biblici, canti ecc. Io ero entusiasta di frequentare il campeggio, perché pensai che quella sarebbe stata la mia occasione per accettare Gesù, in fondo lì nessuno mi conosceva e andai con un cuore molto ben disposto verso il Signore per ricevere da Lui qualcosa di prezioso. E il Signore non mancò di soddisfare le mie aspettative. Per tutta la durata del turno di campeggio sentii la presenza di Dio nella mia vita, Dio continuava a parlarmi di amore e salvezza durante i culti e una sera in particolare dopo che la predicazione aveva per l’ennesima volta toccato il mio cuore, mi decisi per il Signore, feci una semplice preghiera invitando Gesù a entrare nella mia vita per diventare il mio personale Salvatore. Piansi tanto quella sera, perché mi rendevo conto che Gesù aveva sofferto molto sulla croce e l’aveva fatto per me! Fu bellissima la sensazione di realizzare che tutto quello che fino ad allora avevo capito soltanto mentalmente: ora l’avevo afferrato davvero, l’avevo fatto mio e da quel momento in poi ebbi ferma nel cuore la certezza della salvezza che nessuno mai mi potrà togliere perché è fondata su Gesù! Così è cominciato il mio cammino con il Signore e ora vivo una vita piena di gioia, una gioia che non può essere influenzata dalle circostanza della vita: è la gioia della salvezza, la gioia di sapere che un giorno incontrerò a faccia a faccia nel cielo quel Gesù che mi ha salvata e che continua a condurre la mia vita nella Sua volontà.

Caterina

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