Salmo 23 – Verso 6 – Terza parte

1 Il Signore è il mio pastore: nulla mi manca.
2  Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli,
 mi guida lungo le acque calme.
3  Egli mi ristora l’anima,
 mi conduce per sentieri di giustizia, 
per amore del suo nome.
4  Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, 
io non temerei alcun male, 
perché tu sei con me;
 il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
5  Per me tu imbandisci la tavola, 
sotto gli occhi dei miei nemici; 
cospargi di olio il mio capo; 
la mia coppa trabocca.
6  Certo, beni e bontà m’accompagneranno 
tutti i giorni della mia vita; 
e io abiterò nella casa del Signore
 per lunghi giorni.

LA PRECISIONE DELLA CONCLUSIONE

v. 6 e io abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni

La conclusione del Salmo non mette la parola “fine” perché ci parla dell’inizio della vita nella gloria celeste. Si dice che tutte le cose belle hanno una fine, così anche questo Salmo meraviglioso, semplice ma profondissimo. Invece di rattristare, la sua conclusione trasmette speranza e vitalità.

“Abiterò” lassù nella gloria, alla presenza di Dio: perché il credente lo potesse dire con piena certezza di fede, Gesù è venuto e ha abitato per un tempo tra noi pieno di grazia e di verità, è morto sulla croce, è risorto e asceso al cielo (Giov 1:14).

I. Un luogo molto preciso.

A. Casa sicura.

L’architetto e costruttore è Dio (Ebrei 11:9). In ogni luogo ovunque io sono, so che lassù c’è una casa, che Gesù chiamava “la casa del Padre mio”.

Il terremoto parla di instabilità proprio perché si teme di perdere la sicurezza di un’abitazione stabile. Noi credenti la casa stabile l’abbiamo nei cieli.

B. Luoghi celesti.

“Per lunghi giorni nella casa del Signore”. Il salmo parla di giorni eterni.

Lunghi, anzi lunghissimi giorni. Un’espressione simile riguarda il Messia profetizzato (Michea 5:1). Nel luogo dov’è Gesù, da dove viene e dov’è andato (dopo la Sua ascensione) vivremo anche noi (Giovanni 14:3).

C. Una città.

Siamo come stranieri e pellegrini che cercano una città (Ebrei 11: 13-16). Incuranti delle sofferenze (Ebrei 11:36-39) reputiamo migliore il nostro futuro eterno, nella città che il nostro Dio ci sta preparando.

II. Una speranza molto precisa.

“Io vi abiterò”

A. Attesa e desiderio.

– Il desiderio più grande del credente che soffre (Giobbe 19:25-27) è quello di vivere la vita eterna, priva di dolori e di lacrime.

– Il desiderio più grande del credente che è impegnato nell’edificazione della chiesa,

sa che la vita eterna promessa da Dio è un’ulteriore manifestazione del Suo amore per lui.  (Filippesi 1:21-24).

L’apostolo Paolo dice: il morire è guadagno (perché andrò nella dimora eterna)… sono stretto dai due lati (perché vorrei essere con il Signore, la cosa migliore per me) ma vorrei anche essere con voi per aiutarvi ed esservi di incoraggiamento.

  • Il desiderio più grande del credente e la sua vera speranza: ognuno vede lo scorrere ineluttabile del tempo (2 Pietro 1:13-14; 3:13-14) ma il credente aspetta il momento in cui incontrerà il Signore che l’ha salvato e vive quotidianamente con questa speranza. Sa che il tempo scorre, gli anni passano, le fasi della vita si alternano, tutto cambia ma nei cieli vi è una dimora stabile che non vedrà il logoramento dovuto dal tempo né alcun problema e sofferenza. La sua responsabilità è di farsi trovare pronto, fedele in ciò che svolge, irreprensibile nella testimonianza personale e nella pace, per gustare appieno l’incontro col Signore e la vita alla luce della Sua presenza.

B. Fiducia.

Siamo pieni di fiducia in questo cammino terreno (II Corinzi 5:1-2; 5:6-9).

Pensiamo alla differenza che esiste tra la morte di un credente e di un non credente: il credente ha la certezza che quando la sua vita finirà ne inizierà una nuova nel cielo, coloro che soffriranno per la sua dipartita saranno profondamente consolati perché un giorno si rincontreranno nel cielo per vivere eternamente col Signore. Questa piena fiducia dei credenti non vede la disperazione prevalere. La morte di un non credente, invece, viene vissuta drammaticamente e senza alcun tipo di speranze: non si è creduto nella vita terrena in ciò che conta veramente… nella Parola di Dio… e questa incredulità non garantisce sicurezze per la vita eterna con il Signore. Solo credendo in Dio in questa vita si possederà la certezza che l’eternità sarà vissuta nel cielo con Lui, lontano dalle sofferenze eterne.

III. Una Persona molto precisa.

A. Del Signore.

Il Signore vi abita: c’è la Sua presenza e un’adorazione gloriosa a Lui rivolta.

Nell’Antico Testamento vi era il tempio terreno, nel cielo vi sarà il tempio celeste. I credenti saranno colonne nel tempio celeste (Apocalisse 3:12, 21).

B. In virtù della grandezza della Persona, la speranza è importante.

L’apparizione di Cristo avverrà all’improvviso (Tito 2:13), questo incontro glorioso costituisce la più grande e beata speranza dei credenti: il nostro amato Salvatore sarà lì, davanti a noi, secondo la sua promessa che Egli abiterà con noi (Apocalisse 21:1-7).

Simone Caporaletti

Commenti chiusi